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TRA GRANDI DIMISSIONI E PICCOLE VERITA’

News | 3 Febbraio 2023 | Daniele Compagnone

Molto tempo fa, tra le prime esperienze in tribunale per un caso di (presunto) mobbing, mi confrontai con una sentenza nella quale si affermava, anche con una certa protervia, che “non esiste nel nostro ordinamento un diritto alla felicità sul posto di lavoro”.

Ebbene, a diversi anni di distanza, evidentemente, ancora una volta, la verità materiale si è sostituita a quella processuale, o, forse meglio, preso atto dell’incapacità del legislatore (e dei giudici) di tutelare la piena realizzazione professionale dell’individuo, si è deciso di perseguire un’altra strada: non più quella (costosa, lunga, incerta e quasi sempre insoddisfacente) delle aule di giustizia, bensì quella (pragmatica anche se non meno aleatoria) della ricerca di nuove sfide professionali.

E’ un inversione di rotta decisa e, ritengo, irreversibile, che, prima di ogni altra considerazione, svela un’ulteriore rivoluzione copernicana nel mercato del lavoro, soprattutto del belpaese, forse più silente, ma non per questo meno importante: il tramonto del mito della ricerca del posto fisso, o, a voler essere più audaci, l’abrogazione per fatti concludenti della disposizione, ruffiana e perciò inutile, di cui all’art. 1 del d.lgs. 81/2015, per cui il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato costituisce la forma comune del rapporto di lavoro.

Ho scritto ruffiana perché questa disposizione aveva il solo scopo (neppure raggiunto) di tacitare i malumori dell’intero universo sindacale di fronte ad un’altra norma – di segno diametralmente opposto – contenuta nella medesima legge, ossia quella che sdoganava definitivamente l’impiego dei contratti a termine facendo piazza pulita del farraginoso sistema delle causali.

Per un attimo poi, e l’excursus serve a evidenziare il perdurante scollamento tra legge e realtà, o tra politica dei palazzi e  (serie) politiche del lavoro, è parso che la storia – quella del dualismo tra le due tipologie di lavoro – dovesse finire in modo diverso quando il primo governo pentastellato riaffermava la dignità del posto fisso e per converso l’indegnità della flessibilità (per questo declinata come precarietà), ricostituendo di fatto, per il ricorso al contratto a tempo determinato, il medesimo vetusto impianto dell’obbligatorietà dell’indicazione delle ragioni tecniche organizzative e produttive che dovevano (e devono, in realtà, tutt’oggi) sostenere i rapporti di lavoro a termine.

Ecco che allora in questo contesto, i dati diffusi a fine anno dal Ministero del Lavoro riferiti al terzo trimestre del 2022, nel confermare il costante aumento delle dimissioni (+22% nei primi mesi del 2022, + 6,6% rispetto al medesimo semestre del 2021) rivelano la necessità di adottare un approccio più complesso ai concetti di stabilità e di flessibilità, posto fisso e precarietà. Per comprendere a pieno l’esatto perimetro della questione però, il dato relativo alle dimissioni deve essere combinato con quello delle nuove assunzioni che nel medesimo periodo risultano aver sopravanzato di molto le prime.

In altre parole, l’identikit del dimissionario non è quello di colui che – come pur qualcuno ha suggestivamente proposto – a fronte delle scorie di precarietà dell’esistenza che la pandemia ha lasciato, preferisce inseguire le proprie passioni e fuoriesce definitivamente, o per un periodo, dal mondo del lavoro, ma è quello di chi, per svariate ragioni di cui a breve diremo, decide semplicemente di cambiare esperienza professionale.

Infine, altro dato che deve far riflettere tutti ma soprattutto il legislatore, è l’età di chi sceglie di abbandonare il posto fisso per ricercare altre opportunità di carriera: si tratta infatti della fascia più giovane della popolazione abile al lavoro (26/35 anni).

Quanto alle motivazioni di questa scelta, un’indagine condotta a maggio ‘22 dal Politecnico di Milano rivela che (ed è sommariamente comprensibile che sia così) la molla principale che spinge ad abdicare a un’opzione di carriera è data dall’insoddisfazione retributiva, con buona pace di chi invece ritiene di declinarla in modo intimistico di riscoperta del sé e di ridefinizione delle proprie priorità; seguono l’aspirazione ad un maggior equilibrio tra vita privata e lavorativa, la ricerca di maggiori opportunità di carriera, un clima di lavoro negativo interno all’azienda che si decide di abbandonare.

Giunti a questo punto, in un’ottica, come si dice all’università, de jure condendo, il legislatore dalle grandi dimissioni, dovrebbe trarre alcune piccole verità.

L’ordinamento giuslavoristico imperniato sul dogma del contratto a tempo indeterminato, e quindi della ricerca ad ogni costo di un impiego stabile che deve durare fino alla pensione, è giunto al tramonto; la flessibilità (in entrata) nel mondo del lavoro va quindi agevolata, rincorsa come un valore e non emarginata in definizioni pessimistiche (e in quest’ottica i rumors di un’ormai imminente abrogazione del decreto dignità corrono direzione) pur in un contesto di tutele che per parte mia però più che incidere in senso vincolistico per impresa e lavoratore, devono essere connotate dall’implementazione delle politiche attive, in modo da garantire una constante possibilità di formazione e di acquisizione di nuove e variegate competenze, sia durante sia al termine dell’esperienza lavorativa in un’ottica, appunto, di pronta rioccupazione.

Se così è allora, si deve trovare il coraggio di fare un ultimo passo: uno Stato che sia in grado di supportare in modo attivo la ricerca del proprio destino professionale per chi si affaccia al mondo del lavoro, non può e non dovrebbe temere neppure la flessibilità in uscita, mettendo mano ad una seria e ultimativa riforma delle norme sui licenziamenti, che oggi all’esito delle varie sentenze della Corte Costituzionale e di alcuni scomposti interventi del legislatore, volti quasi esclusivamente a rincorrere situazioni particolari, non possono che scoraggiare sia gli investimenti di capitali esteri sia più in generale il consolidamento di un serio tessuto industriale e produttivo.

Al netto di ogni divagazione quasi mistica sul senso da dare al fenomeno delle grandi dimissioni, le piccole verità che si impongono al legislatore, si chiamano quindi: flessibilità in entrata, politiche attive e flessibilità in uscita. E una volta rivelate, forse non avrà più neppure senso interrogarsi se esista o meno un diritto alla felicità sul posto di lavoro

Daniele Compagnone

Messaggero Veneto 2 febbraio 2023

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