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L’orario lungo non converte il part-time

Giurisprudenza | 7 Aprile 2021 | Daniele Compagnone

La continuativa adibizione di un lavoratore a part-time al tempo pieno non comporta automaticamente la trasformazione del relativo rapporto a full time. Il Tribunale di Udine, Sezione Lavoro, con sentenza dd. 25.03.2021, nel decidere su una causa pilota avviata da un lavoratore nei confronti di una multinazionale del settore alimentare, in un colpo solo ha segnato due importanti arresti giurisprudenziali su altrettante tematiche, di carattere sostanziale, inerente la trasformazione del part-time in full time a determinate condizioni di impiego del lavoratore, l’altra processuale relativa alla producibilità in giudizio di accordi collettivi da parte del convenuto costituitosi tardivamente.

Sotto il primo profilo, la questione è di particolare attualità se sol si considera che, per quanto riguarda la produzione, il rapporto di lavoro a tempo parziale viene spesso preferito al tempo pieno a fronte delle possibili oscillazioni di ordini e commesse che non consentano a priori di garantire l’impiego continuativo per le 8 ore giornaliere.

Nel caso di specie, la Società proprio per consentire di adeguare la forza lavoro alle commesse effettive, soggette peraltro, visto il settore, a una programmazione molto ristretta, aveva concordato con le OO.SS. nell’ambito della contrattazione di secondo livello, una figura contrattuale ad hoc, «i misti» i quali assunti per 129,75 h/mese venivano retribuiti sulla base di tale impiego orario quand’anche la Società non fosse riuscita a garantire il raggiungimento dell’orario indicato in contratto. Nel concreto, in diverse occasioni la gran parte dei lavoratori era stata impiegata in prossimità dell’orario normale (173h/mese), spesse volte comunque al di sopra del limite contrattuale, in misura minore, ma non meno significativa, al di sotto. Il lavoratore in tale assetto aveva rinvenuto ed eccepito «un comportamento negoziale concludente, nel senso di mutare stabilmente l’orario di lavoro» così come previsto da Cass. 31342/2018.

Il Giudice dal canto suo ha invece ritenuto di aderire a un altro insegnamento della Suprema Corte, che in parte va a correggere il tiro della statuizione di cui sopra, valorizzando le esigenze organizzative e produttive per come cristallizzate nella contrattazione di secondo livello.

E proprio su questo aspetto si innesta la questione processuale di chiaro interesse: la Società si era costituita tardivamente in giudizio, il lavoratore dal canto suo si era ben guardato di produrre la contrattazione collettiva, la cui stessa esistenza era stata anzi taciuta in sede di ricorso, (anche) il deposito degli accordi di secondo livello da parte della Società, in quanto contenenti fatti impeditivi del diritto vantato dal lavoratore, avrebbe potuto scontrarsi con il rigido sistema di preclusioni del processo del lavoro (da ultimo Cass. 2019/22843) che non consente alcuna produzione documentale dopo la scadenza del termine per la costituzione.

Cionondimeno il Giudice udinese ha ritenuto di sposare altro filone giurisprudenziale, il quale tende a considerare contratti e accordi collettivi non come documenti ma come criteri di giudizio e quindi sottratti alle decadenze connesse al tempestivo deposito degli atti introduttivi.

Daniele Compagnone
Italia Oggi n. 081 – pag. 36  del  07.04.2021 

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