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Licenziamento ritorsivo: le prove devono essere idonee a dimostrare la natura ritorsiva, la determinatezza e l’illiceità del licenziamento

News | 22 Agosto 2022 | Studio Legale MC

Trattandosi di un tema che, quantomeno dalla modifica dell’art. 18 l. 300/1970, ha avuto nuova vita, si auspica che, anche grazie a pronunce come questa in commento, i tribunali di merito valutino con maggior attenzione gli elementi costitutivi del licenziamento ritorsivo/discriminatorio e il connesso onere probatorio.

La Corte d’Appello di Bari, con sentenza 1476/2022, si è infatti pronunciata accogliendo il reclamo proposto dalla società avverso la sentenza di primo grado che  dichiarava la nullità del licenziamento intimato alla dipendente perché ritorsivo con conseguente condanna alla reintegra, oltre al pagamento della relativa indennità.

La Corte, ribaltando il ragionamento del Giudice di prime cure, sostiene che per poter verificare il carattere ritorsivo del licenziamento è necessario condurre un accertamento più preciso e completo, rispetto a quello condotto dal Tribunale, che non può in alcun modo ridursi all’allegazione di mere deduzioni logiche. Occorre, infatti, in conformità ai principi espressi dalla Cassazione, effettuare una disamina approfondita del materiale istruttorio e valutare se esso sia idoneo “a dimostrare la natura ritorsiva, la determinatezza e l’illiceità del licenziamento”. Dalla accurata valutazione delle emergenze istruttorie condotta dalla Corte è emerso come il licenziamento non presentasse profili di ritorsività, in quanto:

  • lo scarso rendimento lamentato dalla datrice e che ha, poi, portato al licenziamento non è stato adeguatamente contrastato dalla documentazione prodotta dalla lavoratrice, che si era limitata a depositare alcune mail in merito al mancato raggiungimento degli obiettivi di produzione. Ad opinione della Corte, quanto precede non è sufficiente a dimostrare la natura ritorsiva “come in maniera frettolosa ritenuto dal primo giudice” il quale sosteneva, invece, che la contestazione dello scarso rendimento costituisse un “pretesto” per licenziare una lavoratrice che non aveva accettato la riduzione del compenso.
  • Dalle prove testimoniali non è emerso in maniera univoca l’intento ritorsivo come elemento caratterizzante la condotta datoriale.

Dall’approfondito esame svolto dalla Corte, quindi, non risulta la sussistenza del motivo illecito unico determinante il licenziamento, il quale non può in alcun modo essere ravvisato– attraverso deduzioni logiche non suffragate dall’istruttoria – nell’intento di “liberarsi” di una lavoratrice “scomoda” che non aveva accettato la riduzione del compenso. La società aveva presentato, infatti, diverse doglianze in cui lamentava la scarsa produttività della lavoratrice, di conseguenza non poteva ritenersi che ciò costituisse mero “pretesto” per il suo licenziamento.

La Corte d’Appello ha, quindi, riformato la sentenza sostenendo che, onde verificare il carattere ritorsivo di un licenziamento, il Giudice non possa condurre un accertamento parziale basato su semplici deduzioni logiche ma debba, per contro, effettuare una disamina approfondita del materiale istruttorio e valutare se esso sia idoneo “a dimostrare la natura ritorsiva, la determinatezza e l’illiceità del licenziamento“.

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