Al momento stai visualizzando In Italia pagano le aziende, per tutti

In Italia pagano le aziende, per tutti

News | 14 Ottobre 2021 | Daniele Compagnone

In Italia fare impresa è un’impresa, è noto. Da ieri, ancora di più: con la circolare n. 15350/117/2/1, il ministero dell’interno ha esortato le aziende attive nel settore dei servizi essenziali e dei trasporti a valutare “di mettere a disposizione del personale sprovvisto di green pass test molecolari o antigenici gratuiti”. Il provvedimento è efficace sull’intero territorio nazionale, ma guarda soprattutto a Trieste e al suo Porto, il vero convitato di pietra di questa raccomandazione. Lo si legge tra le righe, quando la circolare afferma che la “problematica” relativa alle “criticità sull’organizzazione del lavoro in conseguenza della mancanza del possesso della medesima certificazione (il Green Pass, ndr) parte di un consistente numero di dipendenti” è già stata affrontata “in relazione alle attività in ambito portuale”, “nel corso di una riunione di coordinamento interministeriale convocata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri”.

A Roma conoscono bene qual è il clima (incandescente) al Porto di Trieste, primo in Italia per traffico merci e a serio rischio, da domani, di veder la sua operatività bloccata dal movimento No Green Pass.

Nondimeno, il Governo – che pure con una legge dello Stato ha introdotto l’obbligo di Green Pass per tutti i lavoratori, con sanzioni economiche importanti anche per le aziende nel caso di omesso controllo – non offre una soluzione che vada al di là del consentire al datore di lavoro di ottenere dai propri lavoratori “con il necessario preavviso” informazioni sul possesso o meno del Green Pass. Se non, appunto, caricare sulle imprese il costo dei tamponi, obbligandole a fornire i test a tutti i dipendenti che non intendano vaccinarsi. Giorno dopo giorno, fino al 31 dicembre 2021, o fino a quando non cesserà lo stato di emergenza.

La circolare, lungi dall’evocare un intervento statale, si limita a constatare come per le aziende questo sia il male minore, “in considerazione delle gravi ripercussioni economiche che potrebbero derivare … anche a carico delle stesse imprese operanti nel settore”.

Ad oggi non ci sono altre strade: alle società minacciate dal blocco non resta che pagare, stando bene attente ad altre insidie.

È notizia di ieri, infatti, che il rimborso del tampone debba considerarsi un benefit del lavoratore: in quanto tale andrebbe sottoposto a tassazione, a meno che non si riconduca tale misura nel welfare aziendale, facendone espressa menzione in un regolamento aziendale. Sempre ieri, inoltre, sono state pubblicate le linee guida volte a regolamentare la disciplina in materia di obbligo di possesso del Green Pass per le pubbliche amministrazioni e per le aziende, e presentano più di qualche dubbio applicativo. Ad esempio: nel caso in cui si accerti la presenza di un lavoratore in sede privo di certificazione, si prescrive che “non è consentito, in alcun modo, che il lavoratore permanga nella struttura o che il medesimo sia adibito a lavoro agile … ferma rimanendo la possibilità di fruire degli istituti contrattuali di assenza che prevedono comunque la corresponsione della retribuzione (malattia, visita medica)”. Si tratta chiaramente di un assunto inaccettabile e contraddittorio, dal momento che poco prima si è ribadito come il lavoratore privo di Green Pass debba considerarsi assente ingiustificato e che non è dovuta alcuna retribuzione. Diversamente, vietando il ricorso allo smart working e legittimando l’uso di istituti quali malattie (il cui costo per alcuni settori è a totale carico del datore di lavoro), si pone il datore di lavoro nell’alternativa tra sopportare un esborso senza ricevere la prestazione lavorativa (il costo della malattia) ovvero sostenerne un altro, probabilmente inferiore (il costo dei tamponi), e garantirsi comunque l’operatività della propria impresa.

Sempre le linee guida prescrivono che, nel caso in cui il controllo “non avvenga all’atto dell’accesso al luogo di lavoro”, la verifica vada svolta in misura percentuale su almeno il 20 per cento del personale presente in servizio, “in maniera omogenea con un criterio di rotazione, su tutto il personale dipendente e, prioritariamente nella fascia antimeridiana della giornata lavorativa”. Condizioni anche queste che presuppongono un impegno significativo, sia sotto il profilo organizzativo che in termini di tempo e risorse impiegate. 

La sensazione finale è che, come al solito, il Legislatore abbia tracciato un percorso carico di buone intenzioni (assicurare la salute sul luogo di lavoro, prevenire i contagi), ma a costo zero.

A pagare saranno le aziende, e non solo i tamponi.

Daniele Compagnone

Il Piccolo del 14.10.2021 – pag. 19

Download materiali