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IL LICENZIAMENTO DI TUIACH UN CASO GIURIDICO

News | 22 Novembre 2021 | Daniele Compagnone

E’ di questi giorni la notizia che il portuale triestino Tuiach all’esito di un procedimento disciplinare sia stato infine licenziato per giusta causa, in quanto, sempre secondo quanto si apprende dagli organi di stampa, sebbene assente per malattia, avrebbe attivamente partecipato alle manifestazioni contro l’obbligo di green pass sui posti di lavoro, che a partire dal 15 ottobre hanno flagellato la città di Trieste, consegnandola assieme alla regione intera a un improvvisa notorietà di cui, molti, triestini, friulani o giuliani che siano avrebbero volentieri fatto a meno.

Ora, che Tuiach si sia in effetti ammalato come pure ha sostenuto a causa del getto degli idranti della polizia, al giuslavorista questa vicenda interessa soprattutto per fare il punto su quella che è l’estensione degli obblighi di diligenza e fedeltà del lavoratore durante i periodi di sospensione della prestazione per malattia o altra causa.

Invero, se mai mi chiedessero di tutte le vicende di cui mi sono occupato negli ultimi vent’anni in ambito lavoristico, quali secondo me meriterebbero una serie di racconti, risponderei senza pensarci su troppo, tutte quelle connesse allo svolgimento da parte dei lavoratori di altra attività durante i periodi di sospensione dal lavoro per malattia o per assistere a un parente in condizioni di infermità (i cosiddetti permessi ex lege 104).

Si va dal top manager afflitto da stress e assente per mesi dal posto di lavoro che partecipa alla maratona di New York (licenziamento considerato illegittimo, in quanto la corsa – come si sa – costituisce efficacie rimedio alle situazioni stressogene), alla guardia giurata/disk jockey affetta da vertigini che viene pizzicato intento a intrattenere il pubblico, mixando sulla consolle (licenziamento legittimo in quanto l’ambiente della discoteca, caratterizzato da fasci di luce e da suoni incessanti mal si conciliava con la patologia dichiarata), al lavoratore che invece di assistere la madre inferma, trascorreva due giorni alla spa (licenziamento legittimo nonostante l’accorata testimonianza della succitata madre che dichiarava che sì il figlio era al resort, ma le telefonava spesso); infine all’autista che dopo mesi di malattia dovuta a un incidente stradale, forzava, assieme a un complice un posto di blocco e dopo un rocambolesco inseguimento, veniva trovato in possesso di sostanze stupefacenti e resisteva comunque all’arresto (licenziamento legittimo in quanto il lavoratore con il suo contegno ha comunque leso l’interesse del datore di lavoro a che non fosse protratta l’assenza per malattia e il conseguente danno per l’organizzazione aziendale). E potrei continuare così per ore con le vicende di chi prestava altra attività lavorativa, in nero, presso pizzerie, edicole di parenti o semplicemente si recava oltralpe i noti locali.

La casistica poi ha avuto un’impennata negli ultimi anni non soltanto a causa delle crescenti infedeltà dei dipendenti – se pure esistono anche quelli ligi, anzi fortunatamente sono la maggior parte – ma anche grazie al dilagare dell’attività degli investigatori privati fra le mura aziendali.

Questi infatti, sempre più, vista anche ormai la sostanziale irrilevanza di altro tipo di infedeltà (quella coniugale) a fini giuridici, hanno preferito lasciare ai loro affari mariti e mogli in libera uscita, per mettersi sulle tracce dei lavoratori dal certificato facile.

Questa tipologia di investigazioni è bene precisarlo sin da subito è assolutamente lecita e utilizzabile a fini disciplinari. La Corte di Cassazione, con orientamento più che consolidato, le considera infatti pienamente ammissibili, in quanto sottratte alla materia dei c.d. controlli a distanza, disciplinata dall’art. 4 dello statuto dei lavoratori, purché dirette ad accertare abusi da parte dei lavoratori e non invece a verificare il corretto svolgimento della prestazione (id est sono utilizzabili le investigazioni che provino lo svolgimento di altra attività durante la malattia, non lo sono qualora siano dirette a provare che il lavoratore, ad esempio un autista non rispetti gli orari previsti dalla sua tabella di marcia per le consegne).

Ciò premesso, sullo svolgimento di altra attività (ludica, lavorativa, illecita che sia) in costanza di malattia, l’orientamento della Corte di Cassazione è, da anni, consolidato: costituisce giusta causa di licenziamento il contegno del dipendente, assente dal lavoro a causa di una dichiarata infermità, quando lo stesso sia tale da rivelare la simulazione dello stato di malattia ovvero sia idoneo a pregiudicare il pronto ristoro delle energie psicofisiche in misura tale da ritardare la propria guarigione e aggravando così il vulnus organizzativo patito dal datore di lavoro.

Applicando la massima dei supremi giudici al caso da cui prende le mosse questo approfondimento, viene allora da pensare che saranno proprio il getto degli idranti e la totale assenze di qualsiasi presidio ai contagi da parte dei manifestanti a giocare un ruolo determinante nell’accertamento dell’eziologia della patologia dichiarata: abbiano insomma gli stessi dato causa ovvero aggravato lo status psicofisico del lavoratore?

Daniele Compagnone

Il Piccolo 17 novembre 2021 

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