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IL LEGISLATORE INTERVIENE NUOVAMENTE SUL CATALOGO DEI REATI-PRESUPPOSTO

News | 6 Dicembre 2021 | Giulio Mosetti

Lo scorso 29 novembre, in attuazione della Direttiva UE n. 713 del 2019, relativa alla lotta contro le frodi e le falsificazioni di mezzi di pagamento diversi dai contati, è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il D.Lgs. n. 184/2021.

Il D.Lgs. 184/2021 inasprisce le misure di contrasto alle frodi sugli strumenti di pagamento alternativi al contante aumentando le sanzioni già esistenti ed introducendo una nuova fattispecie di reato: l’art. 493-quater c.p., rubricato “detenzione e diffusione di apparecchiature, dispositivi o programmi informatici diretti a commettere reati riguardanti strumenti di pagamento diversi dai contanti” e punito con la reclusione fino a 2 anni e la multa fino a 1.000 euro. Del nuovo reato risponde chiunque “al fine di farne uso o di consentirne ad altri l’uso nella commissione di reati riguardanti strumenti di pagamento diversi dai contanti, produce, importa, esporta, vende, trasporta, distribuisce, mette a disposizione o in qualsiasi modo procura a sé o a altri apparecchiature, dispositivi o programmi informatici che, per caratteristiche tecnico-costruttive o di progettazione, sono costruiti principalmente per commettere tali reati, o sono specificamente adattati al medesimo scopo”. Per questa fattispecie, è sempre disposta la confisca delle apparecchiature, dei dispositivi e dei programmi informatici.

L’art. 3 del menzionato D.Lgs. 184/2021 prevede – a partire dal 14 dicembre prossimo – l’introduzione nel sistema del D.Lgs. 231/2001 di ulteriori reati che possono rappresentare il presupposto per l’affermazione della responsabilità (definita dal legislatore come “amministrativa”, ma sostanzialmente penale) degli enti.

Verrà infatti introdotto l’art. 25-octies.1, rubricato “delitti in materia di strumenti di pagamento diversi dai contanti”, il quale – fungendo da “porta di ingresso” nel D.Lgs. 231/2001 – consentirà l’ampliamento del catalogo dei reati-presupposto, comprendendo anche i reati previsti dagli articoli 493-ter c.p. (indebito utilizzo e falsificazione di carte di credito e di pagamento), 493-quater c.p. (detenzione e diffusione di apparecchiature, dispositivi o programmi informatici diretti a commettere reati riguardanti strumenti di pagamento diversi dai contanti) e 640-ter c.p. (frode informatica). Quest’ultimo reato – già previsto nel catalogo dei reati-presupposto all’art. 24, D.Lgs. 231/2001 se commesso ai danni dello Stato, ovvero di un altro ente pubblico dell’Unione Europea – viene però introdotto nel D.Lgs. 231/2001 anche nella sua ipotesi aggravata dalla realizzazione di un trasferimento di denaro, di valore monetario o di valuta virtuale.

Il Legislatore, in tema di Responsabilità Amministrativa degli Enti, dimostra, una volta di più, quanto tale normativa sia, ormai, considerata quale elemento “necessario” alla governance delle aziende.

Tale posizione, tra il resto, si manifesta anche nei profili sanzionatori che, come di seguito indicato, appaiono particolarmente incisivi e, verrebbe da dire, “pesanti”. A riprova di un tanto basti pensare che per la commissione del reato ex art. 493-ter c.p., la sanzione pecuniaria va da 300 a 800 quote, mentre per i reati ex artt. 493-quater e 640-ter c.p. la sanzione pecuniaria arriva fino a 500 quote. Si tenga presente, poi, che il valore della singola quota viene determinato dal giudice in un range compreso tra un minimo di 258€ e un massimo di 1.549€. Alla luce delle considerazioni appena fatte, le sanzioni pecuniarie per le imprese vanno:

  • Per il reato ex 493-ter c.p., da un minimo di 77.400€ (258€ moltiplicato per 300 quote) ad un massimo di 1.239.200€ (1.549€ moltiplicato per le quote massime, ovverosia 800)
  • Per i reati ex artt. 493-quater e 640-ter fino a 774.500€ (1.549€ moltiplicato fino ad un massimo di 500 quote)

 A quanto appena affermato deve aggiungersi, poi – ai sensi dell’art. 3, comma 2 D.Lgs. 184/2021 – che quando l’ente commette un reato contro la fede pubblica (come, ad esempio, il falso in bilancio) ovvero contro il patrimonio (come, ad esempio, la truffa) e quando esso ha ad oggetto strumenti di pagamento diversi dai contanti, l’ente sarà punito:

  • Con la pena pecuniaria fino a 500 quote (il che significa fino ad un massimo di 774.500€) se il delitto commesso è punito con la pena della reclusione inferiore a 10 anni.
  • Con la pena pecuniaria da 300 a 800 quote (il che significa da un minimo di 77.400€ ad un massimo di 1.239.200€) se il delitto è punito con la reclusione superiore ai 10 anni

Le sanzioni a carico degli enti, però, non si fermano solo a quelle pecuniarie perché – nel caso in cui l’ente venga condannato per aver commesso taluno dei reati sopra menzionati – è prevista (ai sensi dell’art. 3, comma 3, D.Lgs. 184/2021), altresì, l’applicazione delle sanzioni interdittive[1] previste dall’art. 9, comma 2, D.Lgs. 231/2001.

Alla luce di quanto esposto, lo si ribadisce, emerge ancor più chiaramente come il Modello Organizzativo ai sensi del D.Lgs. 231/2001 sia divenuto ormai parte integrante della struttura aziendale rendendolo, pur non espressamente ma di fatto, obbligatorio (o, quantomeno, altamente consigliabile).

Va, infine, considerato che l’attenzione delle aziende non può fermarsi alla sola adozione (frutto di una delibera di cda o assembleare) del modello ma deve, inderogabilmente, essere concretamente attuato con un’attività di tutti i soggetti dedicati volta alla diffusione del modello, alla formazione, soprattutto, dei dipendenti (soggetti “strategici” nel funzionamento dei modelli), al monitoraggio da parte dell’OdV (con presenze sempre più frequenti e audit sempre più puntuali), nonché, elementi altrettanto importanti, la verifica (continuativa) dei rischi da reato e l’aggiornamento del modello in ogni caso di nuova introduzione di fattispecie rilevanti (o di modifica dell’assetto aziendale).

 

[1] Le sanzioni interdittive sono, nell’ordine: (i) l’interdizione dall’esercizio dell’attività; (ii) la sospensione o la revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali alla commissione dell’illecito; (iii) il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione (salvo che per le prestazioni di pubblico servizio); (iv) l’esclusione da agevolazione, finanziamenti, contributi o sussidi e l’eventuale revoca di quelli già concessi e (v) il divieto di pubblicizzare beni e servizi.

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