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ECCO PERCHÉ IL DIPENDENTE SENZA GREEN PASS PAGA IL TAMPONE

News | 23 Settembre 2021 | Giulio Mosetti

Dipendenti senza vaccino: il costo del tampone è a carico di chi? La risposta dell’avv. Giulio Mosetti a pag. 19 del IL MESSAGGERO S.p.A. Veneto del 21 settembre che riportiamo di seguito.

“È bastata un’anteprima, la bozza del decreto-legge che istituisce l’obbligo di Green Pass per tutti i lavoratori,  per far divampare una nuova polemica: se il dipendente che non intenda vaccinarsi può comunque presentarsi al lavoro, previa esibizione di un testCovid-19 con esito negativo a cadenza periodica, su chi grava il costo del tampone? Il DL non risponde a questa domanda: impone tuttavia un prezzo calmierato per l’acquisto di tamponi e lascia intendere che il costo graverà sul lavoratore che intenda percorrere questa strada (e non quella, alternativa e gratuita, della vaccinazione). I sindacati avevano chiesto che fossero le aziende a farsi carico dei costi del tampone: la soluzione individuata dal Legislatore è, a nostro parere, quella più in linea con i principi del diritto del lavoro.
Chi si è battuto per far sì che il costo dei tamponi ricadesse sul datore di lavoro, difatti, ha fatto uso della convinzione comune in forza della quale è sempre e comunque l’impresa a doversi fare garante della sicurezza e dell’incolumità dei propri lavoratori ai sensi dell’art. 2087 del codice civile, sostenendone i costi. Il principio è corretto, ma va rimodulato sulla base di due considerazioni.

Primo rilievo: l’art. 20 T.U. Sicurezza sancisce che ciascun lavoratore è tenuto a «collaborare con il datore di lavoro nell’adempimento della propria obbligazione di sicurezza». Questa collaborazione oggi richiesta al lavoratore si traduce nel porre in essere tutti i comportamenti necessari a prevenire il contagio; il Legislatore da un lato ha previsto l’obbligatorietà del Green Pass per tutti i lavoratori, dall’altro ha stabilito che, per conseguire la Certificazione, il lavoratore può indifferentemente vaccinarsi o sottoporsi a tampone. L’azienda, quindi,
ha (soltanto) il preciso obbligo di controllare che tutti i lavoratori siano in possesso del Green Pass, restando neutrale (anche economicamente) in merito alla valutazione, spettante a ciascun dipendente, sul come conseguire la Certificazione (e per quanto sopra detto, adempiere alla propria obbligazione di sicurezza). In sostanza, la legge offre al lavoratore due alternative (la vaccinazione o il tampone) per raggiungere lo stesso obiettivo (la detenzione del Green Pass per esigenze di lavoro); al lavoratore spetta scegliere
di quale strumento intenda avvalersi; al datore compete invece il compito di verificare il possesso del Green Pass, aggiornando il proprio protocollo aziendale (quello che a decorrere dal marzo 2020 è tenuto ad avere e a costantemente aggiornare), individuando con atto formale i soggetti incaricati dell’accertamento e della violazione degli obblighi sanitari.

Secondo rilievo: se il Legislatore avesse voluto far gravare il costo del tampone sul datore di lavoro (ai sensi dell’art. 2087
cod. civ.) e non sul lavoratore (ai sensi dell’art. 20 T.U. Sicurezza) avrebbe potuto espressamente ricomprendere il Green Pass nel novero dei dispositivi di protezione individuale, come ha già fatto per le mascherine chirurgiche.
Questo non è accaduto: che si vada verso un mondo post-covid, in cui ciascuno sia libero di fare le proprie scelte, di assumersene le responsabilità, di sostenerne i costi? —”

Giulio Mosetti 

22/09/2021 

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