Al momento stai visualizzando DIFFAMAZIONE A MEZZO FACEBOOK: LECITO IL LICENZIAMENTO

DIFFAMAZIONE A MEZZO FACEBOOK: LECITO IL LICENZIAMENTO

Giurisprudenza | 12 Novembre 2021 | Nicola Galluzzi

Secondo la Cassazione, pubblicare sui social affermazioni offensive nei confronti dell’azienda legittima il licenziamento per insubordinazione

Con sentenza n. 27939 del 13.10.2021, la Corte di Cassazione ha dichiarato legittimo il licenziamento del lavoratore che, sul proprio profilo Facebook, si lasci andare ad affermazioni ingiuriose nei confronti dei titolari o dei propri colleghi, gettando discredito sull’immagine aziendale. La pronuncia è significativa per due ragioni: da un lato, perché associa tale condotta al tema dell’insubordinazione, dall’altro, perché la pubblicazione su Facebook è assimilata alla comunicazione diffusa in un luogo (virtuale) aperto al pubblico, in grado di raggiungere una platea di destinatari ampia e indistinta. La Cassazione, in particolare, è stata chiamata a pronunciarsi su due profili: se il contenuto pubblicato sul social, in quanto diretto ad uno specifico gruppo (gli ‘amici’ che seguono il proprio profilo) debba equipararsi a corrispondenza privata, quindi chiusa e inviolabile, e se la condotta del lavoratore che condivida in rete considerazioni inappropriate sull’azienda vada punita con una misura conservativa, trattandosi al più di un’insubordinazione “lieve”. Il Giudice di legittimità scioglie entrambi i nodi. In primo luogo, premessa l’inviolabilità dei messaggi scambiati su chat privata, precisa come non esista un’analoga esigenza di protezione nel caso di un “commento offensivo nei confronti della società datrice diffuso su Facebook”, in quanto “il mezzo utilizzato” (la pubblicazione di un post sul profilo personale) è idoneo “a determinare la circolazione del messaggio tra un gruppo indeterminato di persone”, condotta grave al punto da legittimare il recesso per giusta causa. La Corte, inoltre, osserva come la nozione di insubordinazione vada intesa in senso ampio, e ricomprende non solo il rifiuto del lavoratore di adempiere alle direttive datoriali, ma anche “la critica rivolta ai superiori con modalità esorbitanti dall’obbligo di correttezza formale dei toni e dei contenuti”, “di per sé suscettibile di arrecare pregiudizio all’organizzazione aziendale, dal momento che l’efficienza di quest’ultima riposa sull’autorevolezza di cui godono i suoi dirigenti … ed essa risente un indubbio pregiudizio allorché il lavoratore, con toni ingiuriosi, attribuisca loro qualità manifestamente disonorevoli”. Nel caso di specie, la critica sui social era particolarmente “sprezzante” e riguardava le “dirette superiori e gli stessi vertici aziendali”: dato il contenuto ampiamente ingiurioso e il ruolo del lavoratore in azienda (account manager per la gestione della comunicazione), la Corte ha confermato la liceità del licenziamento per il carattere plurioffensivo delle comunicazioni, ritenendole tali da precludere la proseguibilità del rapporto.

 

Nicola Galluzzi

Top Legal Focus Lavoro 2021, pag. 11

Download materiali